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In America everybody is of opinion that he has no social superiors, since all men are equal, but he does not admit that he has no social inferiors.

Il Russell, le idee

NOTA INTRODUTTIVA

La società postindustriale in cui viviamo è caratterizzata dal paradigma della complessità. Solo cinquanta anni fa era ancora possibile avere una visione del mondo lineare, sequenziale e collocare se stessi in un processo di sviluppo personale e sociale avente una scansione abbastanza precisa e ragionevolmente prevedibile (studio-lavoro-pensione) che, nel suo essere limitante, offriva al contempo un orizzonte di vita certo. Oggi l’incalzare delle trasformazioni sociali innescate dai ben noti fenomeni connessi alla globalizzazione impone di rivedere a fundamentis la percezione che l’uomo deve avere di sé e del contesto in cui opera. In particolare, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno contribuito a delocalizzare i meccanismi di produzione assegnando un primato assoluto ai knowledge-workers, i lavoratori della conoscenza. Il valore aggiunto di un bene prodotto non è più rinvenibile nella sua oggettualità quanto nel contenuto di conoscenza aggiuntiva che vi è inglobato e nel valore simbolico che è in grado di veicolare sollecitando il sensorium collettivo.

In questa dimensione sono saltate ancora una volta le categorie di Spazio e Tempo, già ampiamente riviste all’inizio del secolo XX. Si può essere prossimi a chi vive e lavora a migliaia di chilometri da noi e si può essere distanti da chi opera nella stanza accanto. Allo stesso modo possono essere eliminati i confini politici, etnici e cultuali in senso lato. La discriminante non è più la residenza nel medesimo luogo geografico e nello stesso momento ma la condivisione di valori, scopi, mezzi. Questa nuova accezione di prossimità viene arricchita e amplificata da un’enfatizzazione della diversità, dato che persone, diverse sotto molteplici punti di vista, possono venire in contatto come mai prima d’ora. Al tempo stesso però è cresciuta – anche se ancora in maniera insufficiente – la consapevolezza che esiste una stretta interdipendenza tra ogni regione, tra ogni popolo e tra ogni uomo del mondo. La sopravvivenza stessa della specie umana non può più tollerare che si viva e si agisca in modo separato: lo sfruttamento di molti ad opera di pochi, lo squilibrio, lo svantaggio e le rivendicazioni, talora violente, derivanti disegnano uno scenario pericoloso per l’intera umanità.

E’ ormai ora di interiorizzare quel che la scienza da molto tempo ha dimostrato: siamo tutti diversi per patrimonio biologico e psichico ma tutti uguali nel nostro condividere un destino comune come specie. E’ anche tempo di considerare la diversità una condizione normale di vita. L‘integrazione di ognuno nel contesto sociale non apparirà allora più di tanto difficile e coloro che soffrono maggiori svantaggi a causa della loro specifica diversità (dagli stranieri ai diversamente abili) potranno finalmente godere di diritti sanciti per loro dal testo costituzionale scritto sessanta anni fa. Non tolleranza ma rispetto, non uguaglianza ma equivalenza, non fratellanza ma famiglianza. Questi sono i portati che l’antropologia contemporanea ha indicato come valori su cui conformare l’agire sociale (Di Cristofaro Longo, Kilani). L’Identità non può che essere definita come Alterità: io sono io perché c’è l’altro da me. Le diversità arricchiscono e non vanno omologate (rispetto) al contempo non ha senso dirci uguali ma è necessario riconoscerci come equivalenti sul piano dei diritti, ed è preferibile sentirci legati da vincoli di parentela solidale come in una famiglia, piuttosto che rischiare di vivere in modo competitivo come talora capita tra fratelli. Il legame che va più di ogni altro valorizzato è quello della reciprocità: oggi come mai prima è impossibile sottrarci allo scambio e all’interazione ed è per questo che appare fondamentale che ciò avvenga in modo costruttivo e non distruttivo.

La sociologia contemporanea inquadra il nesso individuo-società in un’ottica interazionista e progettuale. Ridimensionate le prospettive funzionaliste (Durkheim, Parsons) e conflittualiste (Scuola di Francoforte) appare plausibile concepire l’agire dell’uomo in rapporto dialettico col contesto in cui avviene. La difficoltà più importante, quella cui soprattutto i giovani – meno attrezzati degli adulti - rischiano di soggiacere, è l’accettare di mettersi in cammino senza certezze, investire senza sicurezza di un ritorno, impegnarsi senza garanzie di successo. Ma questa dell’uomo viator, viandante su sentieri interrotti, per dirla con Heidegger, è la figura che caratterizza l’epistemologia contemporanea. Messa in discussione la certezza di un premio, l’unica garanzia può essere fornita dalla qualità del progetto. E qui interviene il ruolo chiave dell’educazione. Gli adulti (nella Famiglia, nella Scuola e in tutte le altre Istituzioni deputate) hanno il dovere morale di comunicare ai giovani che non solo non debbono rinunciare a pensare il Futuro, ma debbono pensarlo in termini di desiderio e di qualità. Contro la presentificazione (ogni cosa ha un valore hinc et nunc), contro la rinuncia a scelte impegnative (vengono assunte decisioni solo se revocabili) e responsabilizzanti, contro lo svuotamento di senso delle azioni, gli adulti debbono educare in modo motivante; tra gli innumerevoli bisogni sollecitati nel nostro tempo, vanno separati quelli autenticamente rivolti alla crescita umana da quelli indotti da strategie consumistiche e solo i primi vanno affrontati in modo che appaiano desiderabili, facendo appello alla motivazione intrinseca e non a valori esterni alla persona. Si potrebbe cominciare da una riflessione sui cinque bisogni fondamentali per l’uomo individuati da Maslow (sopravvivenza, sicurezza, appartenenza, status, autoaffermazione) per individuare via via le varie declinazioni di ognuno. E’ purtroppo una realta, non più un pericolo, che si affermi una subcultura giovanile originata da un’identità prematura e confusa, ‘scarabocchiata’ (Arace) quale quella che i giovani sono spinti a crearsi oggi vivendo sentimenti di seconda mano, gusci di emozioni che non sanno come riempire (Gehlen). Non trovando modelli adulti credibili con cui confrontarsi e scontrarsi, i giovani regrediscono in un mondo infantile, scimmiottano gli adulti, rivendicando un “diritto acquisito alla dipendenza” (Cavalli). Su questo grumo tragico della condizione giovanile la consapevolezza si impone e l’azione altrettanto.

L’incertezza della conoscenza (i cui assunti possono sempre essere revocati in dubbio e incrementati all’infinito), rende indispensabile riannodare i fili di un Sapere che, specializzandosi al massimo, come la tecnologia richiede, rischia di sradicarsi dal suo fondamento umano e di distruggersi. L’unitarietà dei saperi va colta nella sua complessità. Cum-plexus significa ‘intrecciato insieme’, non ‘complicato’. Significa che occorre saper distinguere senza dividere, unire senza confondere i vari campi disciplinari da cui parerga sono scaturite finora le contaminazioni più feconde.

In un campo di conoscenza sempre più vasto e raffinato è chiaro che non è più possibile procedere con una logica accumulativa ed enciclopedica di lontana ascendenza illuministica. La competenza chiave è apprendere ad apprendere per aggiornare la propria conoscenza continuamente e sviluppare le competenze che di volta in volta si rendano necessarie. Quel che appare determinante è attrezzarsi con buone mappe per addentrarsi in territori sconosciuti e mutevoli, senza mai dimenticare che la mappa non è il territorio, ossia esercitando sempre una sana riflessività.

In tutto questo la Famiglia e la Scuola, quali agenzie principali della socializzazione primaria e di quella secondaria sono i maggiori agenti in causa. Tanto più in questo tempo che vede molti altri fattori di educazione agire sui giovani: non solo il Gruppo dei Pari – che ha sempre svolto un ruolo importante – ma soprattutto i mass media e i personal media, telematici e informatici, che svolgono un ruolo ben più pervasivo e seduttivo. Consapevole di questo, la Scuola non può arrancare al loro rimorchio, secondo una logica isomorfica perdente per la Scuola stessa ma, soprattutto, per la Società nella sua interezza. Ma non può neppure isolarsi quale hortus conclusus deliciarum, arroccandosi in nostalgici ripiegamenti sul passato che magari agiscono come balsamo intellettuale sui defatigati operatori della Scuola, ma che si rivelano perdenti allo stesso modo per la Società odierna che, proprio perché ha nella Conoscenza il suo massimo valore economico e culturale, non può permettersi di allontanare dall’Istruzione un elevato numero di giovani, come è avvenuto finora, secondo la logica: sottomissione o dimissione.

Governare il cambiamento richiede un impegno rinnovato e ampliato della società nel suo insieme e, in particolare, di chi ha scelto il campo dell’Educazione, dell’Istruzione e della Formazione, come proprio settore di azione. I decisori politici sanno bene che la leva su cui agire per un effettivo adeguamento della Scuola alle complesse esigenze di oggi sono i docenti, ma finora non hanno dato seguito coerente a questo assunto. Non è possibile pensare che le innovazioni normative si traducano ipso facto in cambiamenti culturali. Tanto più se avvengono in modo segmentato e non a livello di sistema. Infatti finora hanno solo prodotto appesantimento burocratico e affaticamento in un tessuto scolastico già troppo stressato con conseguente allontanamento dalla soluzione del problema di coloro che per primi sono chiamati a impegnarsi nel cambiamento, i docenti tra i quali la sindrome di burnout serpeggia in modo sempre più preoccupante. Ma se è vero che alcune decisioni sono di esclusiva pertinenza politica e troppo spesso debbono fare i conti con logiche particolaristiche che ben poco hanno a che fare con il miglioramento del sistema, la Scuola in azione sul campo può attivarsi anzitutto difendendo e ampliando l’Autonomia che le è stata riconosciuta nove anni fa (L. 59/97) e che è tutelata dalla Costituzione (L. 3/2001) (molto rilevante sulla carta ma poco praticata a causa di mille resistenze del sistema). Facendo leva sull’autonomia didattica, organizzativa e di ricerca (artt. 4,5,6 del Regolamento dell’Autonomia , DPR 275/99) i dirigenti e i docenti possono percorrere una strada maestra per proporre la Scuola come interlocutore privilegiato nel campo della formazione e istruzione e vedersi riconosciuto uno status di esperti in questo settore. La qualità della preparazione nel proprio campo disciplinare ma anche nel settore psico-pedagogico, che prevede la conoscenza delle teorie pedagogiche aggiornate come il costruttivismo, il padroneggiamento di metodologie e strategie didattiche e valutative differenziate, le competenze nel campo dell’intelligenza emotiva, assicurano la qualità e l’efficacia dell’azione dei docenti. Ma sono anche in grado, nel contempo, di agire sull’autostima e di riabilitare agli occhi dell’opinione pubblica una professione svilita e svalutata, ad o­nta del sua importanza sociale e dell’insopportabile falsa retorica che su questa fiorisce.

Il Liceo Russell ha ritenuto di dare il proprio contributo in questa direzione impegnandosi, fin dal primo anno di istituzione della Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS), nella formazione iniziale dei docenti, convinti come siamo la centralità dello studente nel processo educativo sia monca se si tralascia quella docente.

Nel campo dell’educazione alla reciprocità, è ormai pluriennale l’esperienza dell’inserimento nei nostri curricola della disciplina di Diritto ed Economia, nella prospettiva di coltivare negli studenti conoscenze e ideali di educazione alla cittadinanza e alla convivenza civile. Un altro campo in cui ci si è molto impegnati è quello interculturale: nelle pagine seguenti viene dato ampio spazio ai resoconti di importanti attività didattiche e di ricerca riguardanti le culture africane, la cultura araba e quella caraibica. Ma intercultura significa anche rapportarsi al passato e alla Storia, come ci documentano i contributi sul viaggio ad Auschwitz. Valorizzare l’Altro da noi vuole dire impossessarsi di strumenti conoscitivi psico-pedagogici, come testimoniano i resoconti relativi ai due corsi di formazione per docenti. Vuol dire sapersi rapportare con punti di vista altrui, come si prefigge di stimolare il progetto “Inviti alla lettura”.

Dall'Annuario n.6 A.S.2004/2005





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